"Fare un'Italia nuova. E' questa la ragione, la missione, il senso del Partito democratico”. Con queste parole Walter Veltroni ha aperto il suo discorso del Lingotto dove si candidava a guidare il futuro Partito democratico. Un discorso denso e appassionato, attraversato per intero dalla consapevolezza che per cambiare l’Italia, per trasformarla e renderla più moderna, giusta, equa e dinamica, è necessario dar vita ad un grande Partito popolare; animato sì, dai migliori valori del riformismo italiano, ma che possieda capacità e forza per guardare anche a tutte quelle esperienze di cambiamento che vengono da fuori di noi e dei nostri tradizionali confini, sociali, culturali e persino nazionali. A partire da quel discorso, dalle priorità che vi erano enunciate, è nata una nuova stagione della politica italiana. L’ambientalismo dei “si”, come declinazione “politica” di una nuova etica della responsabilità ambientale e della sostenibilità dei processi produttivi; un nuovo patto generazionale, interpretato finalmente come unico strumento possibile di riequilibrio in una società italiana sempre più tenace nel conservare rendite e privilegi acquisiti ma sempre più avida nel dispensare opportunità per i propri figli; un piano nazionale per la scuola, l’università e per la ricerca, perché l’Italia possa stare da protagonista nel “nuovo mondo” dell’economia dei saperi e della conoscenza; una nuova idea di sicurezza, perché si possa finalmente dire da sinistra, che vedere rispettata la propria legittima aspirazione a vivere in sicurezza è un diritto di tutti i cittadini. Queste le priorità che costituiranno la bussola e il compasso del Partito democratico nei mesi avvenire. Priorità di sistema, perché concepite tutte come necessarie, eppure nessuna da sola sufficiente, per fare quell’Italia nuova a cui Veltroni guarda con speranza e determinazione.

Un partito non si inventa, ne si improvvisa. Esso nasce e si sviluppa, quando un gruppo organizzato di cittadini, individua delle priorità di azione per il cambiamento della società in cui vive e che, a partire dalle proprie condizioni materiali e spirituali, cerca di realizzarle in vista di un interesse più ampio e generale. Il Partito democratico possiede questa aspirazione: riunire tradizioni e culture politiche che hanno fatto la storia del Paese, ma anche persone, cittadini, individui in carne ed ossa, che a partire da un profondo desiderio di cambiamento dell’Italia e del mondo, concepiscono e declinano una nuova tavola dei valori, delle priorità e persino delle forme organizzative con cui realizzarle. Per fare un’Italia nuova e per contribuire ad un mondo nuovo. Per questo il 14 ottobre saremo chiamati ad una sfida importante. Perché quel giorno sottoporremmo al popolo italiano un’idea di futuro. E tanto maggiore e plurale, sarà l’affluenza ai seggi di ragazze e ragazzi, donne e uomini, tanto meglio avremo assolto a questa nostra missione: costruire un partito nuovo per il nuovo secolo. L’asticella della sfida è alta; e ambiziose sono le premesse a cui è fissata. Ma guai ad intimorirsi. O infatti il Partito democratico sarà un partito di donne e giovani, oppure non sarà; o sarà il partito dove allo stesso modo potranno vedersi rappresentati una casalinga, un operaio, un professionista e uno studente o non sarà; o sarà un partito autenticamente federale, rispettoso dell’autonomia culturale e delle specificità dei territori e delle regioni d’Italia oppure, ancora una volta, non sarà.
È proprio quest’ultimo punto a spingerci a svolgere una considerazione più circostanziata sulla Basilicata. Come infatti potrebbe concepirsi la nascita del Partito democratico lucano, senza un reale e vivo coinvolgimento delle esperienze culturali, politiche e associative che qui si sono sviluppate? Come potremmo noi lucani da eredi di una tradizione politica che ha visto una presenza socialista, cattolica, moderata, nobile e radicata, trascurarne il coinvolgimento nel percorso di genesi e strutturazione del nuovo partito? E come potremmo lasciare fuori dalla porta tutti quei movimenti e associazioni di cittadini, che così grandemente hanno contribuito alla nascita di quel “modello lucano” radicatosi negli anni del centrosinistra? Sono queste le domande “giuste”, quelle che dovrebbero animare chi, come noi, ritiene che il successo del progetto è in gran parte legato allo spazio di protagonismo civile che sapremo concepire assieme e accanto a quello dei partiti.
Ciò è tanto più vero in una regione che, oramai da qualche anno, esprime una specifica vocazione
alla crescita e all’innovazione. Quella Basilicata, regione d’Europa e del mediterraneo, che ha saputo più e meglio di altri interpretare il nesso con le istituzioni europee, mettendo in linea il proprio modello di sviluppo alla programmazione strategica dell’Unione Europea.Quella Basilicata, in cui si incontrano le energie di tanti giovani le cui potenzialità chiedono di essere liberate e messe al servizio delle sfide che abbiamo innanzi a noi. La nascita del nuovo partito sarà questa l’occasione perché la nostra generazione possa dare fino il fondo il proprio contributo alla costruzione di una storia della Basilicata. Una storia che parta dall’innovazione e dal cambiamento e che, proprio per questo, avverte più di altre il senso del Partito democratico.
Se la somma delle nostre paure e resistenze sarà inferiore alla forza del nostro coraggio e della nostra passione allora potremo dire di aver vinto la sfida.